La Procura di Milano indaga su altri possibili voli sospetti di droni nell’area no fly zone presente nella zona di Ispra, sul Lago Maggiore, interessata a fine marzo da alcune segnalazioni – da parte del Joint Research Centre della Commissione europea – sulla presunta presenza di un apparecchio di fabbricazione russa. Da quanto si apprende l’area su cui i droni sono vietati si estende per circa 5 chilometri quadrati e ‘copre’ oltre al Centro europeo di ricerca anche gli stabilimenti di Leonardo, azienda dell’aerospazio cruciale per la difesa, e piste di collaudo dove si provano i nuovi modelli della più moderna tecnologia
In attesa dei dati di Enav e Aeronautica militare che potrebbero aver fotografato il drone, per ora catturato solo dalle frequenze basse, gli inquirenti continuano a raccogliere informazioni su chi, probabilmente un filorusso, possa aver guidato il drone. La caccia al ‘manovratore’ si muove anche sulla rete e sui canali Telegram in cui la propaganda pro Putin è evidente. La Procura indaga per spionaggio politico o militare – articolo 257 del codice penale – aggravato dalla finalità del terrorismo in riferimento a condotte che, “per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese.

La Procura di Milano ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di di reato di spionaggio politico o militare, aggravato dalla finalità di terrorismo per condotte che “possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione”, sul caso del drone di sospetta origine russa che, nell’ultimo mese, avrebbe sorvolato per cinque volte la sede del centro di ricerca comune della Commissione europea ad Ispra sul lago Maggiore, a Varese.
La struttura ospita anche il Joint research centre dell’Ue che ha avviato un progetto di ricerca relativo agli aspetti della sicurezza dei droni. Il Joint research centre è il terzo campus di ricerca più grande della Commissione europea dopo quelli di Bruxelles e Lussemburgo, è attivo da 65 anni e vi numerosi ricercatori specializzati in diversi campi: nucleare, sicurezza, spazio, risorse sostenibili e trasporti

Gli investigatori, coordinati dall’aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Alessandro Gobbis, si chiedono però perché, nel caso si tratti di una presunta attività di spionaggio, si sia lasciata una sorta di ‘targa’ russa – utilizzando proprio quel tipo di velivolo che lasciava quelle determinate frequenze – e non uno di produzione europea. Una delle ipotesi sul tavolo, quindi, è che l’obiettivo poteva essere proprio quello di mostrarsi e farsi vedere, per lanciare un segnale sulla capacità di interferire e di violare lo spazio aereo interdetto con facilità. Con i primi accertamenti si sta cercando di ricostruire da dove siano partiti quei voli e dove si trovasse chi telecomandava a distanza il drone.
Allo stesso tempo si valuta pure la possibilità che alcuni italiani filo-russi, come emerso in un’altra indagine sempre coordinata dal pm Gobbis, possano essersi messi a disposizione per effettuare l’operazione di presunto spionaggio. In quell’indagine, due imprenditori brianzoli si sarebbero messi a disposizione, anche in cambio di criptovalute, per una presunta attività di spionaggio dopo esser stati contattati su Telegram. In quel caso, l’unico “obiettivo” concreto raggiunto dai due sarebbe stato un presunto dossieraggio con pedinamenti su un imprenditore specializzato nel campo dei droni e della sicurezza elettronica e che interessava ai russi

Nessuno ha visto quel drone volare, ma i captatori del Joint research centre di Ispra (Varese), che rilevano le onde radio, hanno registrato frequenze associabili come fonte ad un dispositivo di fabbricazione russa. È così, stando a quanto chiarito da fonti investigative, che si è arrivati a parlare di un velivolo di produzione russa, dopo la segnalazione arrivata dallo stesso centro di ricerca della Commissione europea agli inquirenti, il 28 marzo. Da quanto si è saputo in relazione alle indagini condotte dal Ros dei Carabinieri, sono stati registrati 5 sorvoli recenti di quel drone e nell’arco in totale di cinque, sei giorni.
Gli altri piani, come quello di installare “dash cam” sui taxi o la “mappatura” di zone delle città, erano rimasti, invece, lettera morta. La segnalazione del drone, riservatissima, è arrivata in Procura il 28 marzo, dopo che il centro di ricerca aveva denunciato gli episodi ai carabinieri di Varese, che hanno poi trasmesso la comunicazione al Ros. I primi ad accorgersi di quei voli sono stati appunto i ricercatori del Jrc di Ispra.

“La Commissione si impegna a proteggere le proprie informazioni, il proprio personale e le proprie reti di fronte a qualsiasi possibile minaccia alla sicurezza. Come prassi generale, la Commissione non comunica ulteriormente su questioni di sicurezza operativa”. dichiara il portavoce della Commissione Thomas Regnier, interpellato sui sorvoli a Ispra (Varese) di un drone di sospetta origine russa. Sul “caso specifico”, “non abbiamo osservato alcuna violazione da parte di droni della no-fly zone sopra il sito Ispra della Commissione né siamo a conoscenza di alcuna specifica minaccia alla sicurezza correlata“.